La donna che abortisce è divisa in due!
Per lei il cerchio della vita non si è mai chiuso...
Ricordo l'imbarazzo nel guardare in faccia la gente, l'istinto irrefrenabile a voltarmi verso il basso, la vergogna più terribile nell'ammettere le mie mancanze, io, che per anni avevo sognato di diventare madre, mi ritrovavo quasi a giustificare un difetto enorme di cui non avevo colpa.
La donna che abortisce si sente inferiore e quell'inferirità non se ne va con gli anni.
Si affievolisce, si attenua, a volte pare non percepirla ma rimane immutabile e meschina, nascosta nei meandri della mente, pronta a irrompere nell'anima e nel cuore nei momenti più impensati.
Si è in tante ma si è sole....
Una serie di particelle impazzite a spasso per il mondo: non c'è iniziativa, non c'è consolazione per te che abortisci, l'unico rifugio che hai è il tuo io, il silenzio, il tempo....
Per chi uccide c'è un carcere, una pena, un percorso di rinascita, per chi si droga ci sono i centri di disintossicazione, per chi è depresso ci sono gli psicologi, per ogni problema c'è una soluzione.....per chi abortisce c'è solo il nulla.....
Non c'è più battito! Questa è la frase più cruenta che una donna in attesa di un figlio può sentire! Da quel preciso istante si passa da un'estasi totale alla disperazione! Una donna che abortisce ha un dolore che gli altri non comprendono: è sola con la sua disperazione, perchè l'aborto ancora oggi è un tabù! Io sono una di queste! Con questo blog vorrei parlare senza veli di emozioni forti, nella speranza che il dolore di chi abortisce possa essere riconosciuto con la dovuta dignità!
martedì 4 dicembre 2012
domenica 18 novembre 2012
Non c'è battito!
Una notizia sconvolgente che crea una voragine interna nella più forte delle madri!
Sensi di colpa, confusione, paura, sono tra le emozioni più comuni che una donna a quella notizia può provare!
L'ideale sarebbe poter sostenere da subito fisicamente e psicologicamente la mamma ma spesso le strutture sanitarie risultano fallaci in merito e, in molti casi, insensibili!
Nell'ultimo dei miei aborti (ne ho collezionati tre!), avvenuto al V° mese di gravidanza, mi sono trovata a stretto contatto con altre mamme dalle pance feconde che spesso venivano sottoposte a tracciato.
Io, con un feto senza vita ancora in grembo ero costantemente sottoposta (e costretta) ad ascoltare il battito cardiaco di altri bimbi più fortunati del mio, al quale il destino (o un Dio che ancora non comprendo) non aveva concesso di venire al mondo!
Durante il travaglio sono stata lasciata sola, in una stanzetta, mentre il dolore si faceva sempre più lancinante: il personale, incurante delle mie grida, entrava ed usciva senza neanche guardarmi e alle mie richieste di un anestetico faceva spallucce dicendo che era tutto normale!
Dopo sei interminabili ore, il fetino senza vita è uscito fuori: non volevo vedere, volevo solo dimenticare al più presto quei terribili momenti ma l'ostetrica non aveva di meglio da fare che commentare lo stato di quel figlio (o figlia) appena uscito da me.....
Lo adagiò (sarebbe meglio dire "lo gettò") in un secchiello bianco (ancora il suo tonfo mi assilla le orecchie) che poggiò proprio dinanzi a me!
Guardavo quel contenitore, distante dal mio viso solo un palmo di mano e non potevo fare a meno di pensare che ciò che conteneva doveva essere naturalmente dentro di me....
Ciò che accadde dopo ha del mostruoso!
Sono stata messa "sotto osservazione" in una stanza attigua alla sala parto....ma non ero sola!
Accanto a me un'altra donna, appena diventata felicemente mamma, commentava le foto fatte alla sua bimba, fresca di nascita.....
Incurante del mio stato la neomamma esaltava la sua gioia ed io, per non soffrire più di quanto già soffrivo, non avevo avuto altra scelta che tapparmi le orecchie per non sentire!
La donna che abortisce è invisibile: è solo un problema in più nei meandri spesso infetti della Sanità!
Non c'è considerazione, non c'è rispetto!
Una donna che perde il proprio bimbo è un fiore che sta per appassire: se gli dai acqua si tira sù, altrimenti muore....
Basterebbe tanto poco per farla sentire degna di considerazione: una carezza, una parola di incoraggiamento, la degenza in una stanza lontana dall'ostetricia, perchè la donna che abortisce possa elaborare in santa pace il proprio lutto (perchè di lutto si tratta!) senza sentire il bisogno di tapparsi le orecchie per non sentire.....
Sensi di colpa, confusione, paura, sono tra le emozioni più comuni che una donna a quella notizia può provare!
L'ideale sarebbe poter sostenere da subito fisicamente e psicologicamente la mamma ma spesso le strutture sanitarie risultano fallaci in merito e, in molti casi, insensibili!
Nell'ultimo dei miei aborti (ne ho collezionati tre!), avvenuto al V° mese di gravidanza, mi sono trovata a stretto contatto con altre mamme dalle pance feconde che spesso venivano sottoposte a tracciato.
Io, con un feto senza vita ancora in grembo ero costantemente sottoposta (e costretta) ad ascoltare il battito cardiaco di altri bimbi più fortunati del mio, al quale il destino (o un Dio che ancora non comprendo) non aveva concesso di venire al mondo!
Durante il travaglio sono stata lasciata sola, in una stanzetta, mentre il dolore si faceva sempre più lancinante: il personale, incurante delle mie grida, entrava ed usciva senza neanche guardarmi e alle mie richieste di un anestetico faceva spallucce dicendo che era tutto normale!
Dopo sei interminabili ore, il fetino senza vita è uscito fuori: non volevo vedere, volevo solo dimenticare al più presto quei terribili momenti ma l'ostetrica non aveva di meglio da fare che commentare lo stato di quel figlio (o figlia) appena uscito da me.....
Lo adagiò (sarebbe meglio dire "lo gettò") in un secchiello bianco (ancora il suo tonfo mi assilla le orecchie) che poggiò proprio dinanzi a me!
Guardavo quel contenitore, distante dal mio viso solo un palmo di mano e non potevo fare a meno di pensare che ciò che conteneva doveva essere naturalmente dentro di me....
Ciò che accadde dopo ha del mostruoso!
Sono stata messa "sotto osservazione" in una stanza attigua alla sala parto....ma non ero sola!
Accanto a me un'altra donna, appena diventata felicemente mamma, commentava le foto fatte alla sua bimba, fresca di nascita.....
Incurante del mio stato la neomamma esaltava la sua gioia ed io, per non soffrire più di quanto già soffrivo, non avevo avuto altra scelta che tapparmi le orecchie per non sentire!
La donna che abortisce è invisibile: è solo un problema in più nei meandri spesso infetti della Sanità!
Non c'è considerazione, non c'è rispetto!
Una donna che perde il proprio bimbo è un fiore che sta per appassire: se gli dai acqua si tira sù, altrimenti muore....
Basterebbe tanto poco per farla sentire degna di considerazione: una carezza, una parola di incoraggiamento, la degenza in una stanza lontana dall'ostetricia, perchè la donna che abortisce possa elaborare in santa pace il proprio lutto (perchè di lutto si tratta!) senza sentire il bisogno di tapparsi le orecchie per non sentire.....
domenica 11 novembre 2012
Il mio diario...
Guardo lo schermo bianco del pc e non riesco a scrivere.
Comincio a battere qualche lettera, poi cancello: non mi piace ciò che scrivo, non rende, non fa capire il concetto.
Non bastano milioni di parole per esprimere tutti pensieri che la mia mente riesce a costruire: milioni di caratteri svolazzano per il cervello, hanno un senso, un significato ma è solo mio.
Se dovessi dare voce a quei pensieri, uscirebbero frasi confuse, suoni senza volto, forse parole ma nulla più!
Sarebbe facile raccontare la mia storia se fossi vittima di un tradimento e se a tradirmi fosse stato un uomo, un’amica, mia sorella o chissà chi: racconterei di un’umiliazione sentita, parlerei di rancori mai sopiti, di pianti e di certezze crollate all’improvviso, come un battito d’ali che muovendosi lascia cadere a terra una piccola piuma.
E invece no!
Nessuno mi ha tradito, nessuno al di fuori del mio corpo!
Sogni!
Nessuno mi ha tradito, nessuno al di fuori del mio corpo!
Sogni!
I sogni a volte sembrano così raggiungibili, così semplici e vicini che basta allungare un braccio ed afferrarli…ma non sempre è così, a volte le cose più semplici diventano quelle per cui ti danni l’anima, il tuo tormento, la fonte dei tuoi disagi!
Il mio corpo mi ha tradito!
Lui, che credevo invincibile, capace di sfornare non so quanti bambini sani e in forma, lui no, lui non era programmato per questo.
Nel suo codice genetico la parola “riproduzione” presenta qualche falla, qualche minuscolo frammento che fa di questo sogno un semplice incubo.
Nei sogni non si piange, o meglio, forse in mezzo alle storie più belle qualche lacrima scende, ma alla fine essa si disperde e sparisce e lascia che la bocca si increspi e pian piano si pieghi all’insù.
Ma la realtà è qualcos’altro: ti mette in faccia il dolore e te lo lascia lì ad assaporarlo lentamente e il cuore si spezza, a volte pare di sentirlo.
Il mio corpo ha rifiutato molti bambini: più volte ho sentito in me la vita e poi la morte, ho sentito battiti di cuore, ho assaporato sfioramenti, ho pensato nomi che non ho mai chiamato, ho sognato occhi che non ho guardato e voci che non ho sentito.
Un corpo che ti tradisce diventa un ostacolo insormontabile: un uomo se ne va con un’altra donna e tu piangi e lo accusi, urli, gli lanci addosso epiteti di ogni genere, ti sfoghi con lui e quantomeno speri in una sua mortificazione o in un suo ravvedimento.
Ma come punisci il tuo corpo?
Come puoi accanirti contro un traditore che fa parte di te?
Ricordo il vuoto che quei bambini mai nati lasciavano: continuavo a toccare il mio ventre e urlavo in silenzio quei nomi che avevo immaginato.
Lo specchio mi rifletteva la mia immagine nuda e cruda:
disprezzavo quell’immagine, avrei voluto distruggerla, farla sparire ma come?
Ma il tempo cura le ferite più cupe.
Il tempo assopisce tutti i dolori: si riprende a sorridere, ad amare la vita, si va avanti e si accetta di tutto.
Vivevo la mia vita col sorriso, cercando di mascherare, almeno con le espressioni giuste, il dolore che portavo dentro.
Ma il destino spesso è beffardo e ti spiaccica davanti ogni volta la fonte dei tuoi dispiaceri!
Pareva che l’universo femminile intero fosse in attesa: pancioni più meno grandi sfrecciavano davanti ai miei occhi e se non li vedevo direttamente lo scoprivo, dalle chiacchiere della gente “ah, sai chi è incinta?” oppure “sentito la novità? Tizia è in attesa del terzo…..” poi magari era il quarto, il quinto, il centoquarantatreesimo, i bambini sbucavano da ogni dove, da ogni corpo femminile tranne che dal mio!
Un corpo che avevo curato al massimo, che avevo amato e che avevo creduto essere plurifecondo……….
Maledetto!
Maledetto corpo imperfetto, lui cui avevo dato tanto, lui mi si ritorceva contro violando la mia femminilità, toccando in maniera subdola l’unica possibilità che avevo di sentirmi onnipotente!
Avrei dovuto cercare di allontanarmi da ogni stimolo negativo eppure non ci riuscivo: masochisticamente continuavo a sfogliare riviste in tema, a leggere libri e a guardare in tv ogni programma che anche solo lontanamente mi parlava di attese, di figli, dell’essere genitori.
Era come una punizione che mi infliggevo: non sono brava a fare bambini ergo soffro….
Dentro me l’incredulità di un destino così assurdo mi faceva andare avanti, il pensare che una
soluzione ci dovesse essere mi aiutava a sperare!
Ma ogni volta una nuova delusione!
Troppe, tante scorribande in internet alla ricerca di non so bene quale informazione, storie di ogni genere mi sfrecciavano davanti nero su bianco e in ognuna di esse ci ritrovavo sempre un po’ di me.
C’erano storie a lieto fine, storie di donne stremate da insuccessi innumerevoli che avevano realizzato il sogno di maternità.
C’erano sempre lidi sconosciuti che non avevo esplorato, sempre medici Maghi che non avevo ancora conosciuto, quelli che quando esplorano all’interno di un problema sembra aprano vasi di Pandora e risolvano ogni male.
Ogni volta raccontavo loro di me, dei miei problemi, delle mie sofferenze, delle speranze accese e poi spente: mi sentivo a mio agio, sentivo che quei medici, un po’ maghi, un po’ dottori, avrebbero trovato la chiave giusta ad aprirmi un mondo in cui momentaneamente non mi era stato concesso di entrare.
Analisi, esami medici, quando si dice “ti rigirano come un pedalino” sapevo bene cosa volesse dire!
Seduta davanti a quei dottori maghi stentavo a credere alle loro parole: c’era sempre una nuova spiegazione, c’era sempre un nuovo motivo per il quale il mio corpo aveva avuto fino a quel momento problemi nel procreare.
Uscivo dallo studio che quasi volavo: avevo di nuovo energia, avevo riacquistato la forza di ritentare.
Sì…..fino al successivo fallimento!
Una donna che abortisce senza un perché si sente un’assassina: è lei stessa che uccide la sua creatura, è lei stessa che distrugge i suoi sogni impotente.
Una donna incapace di avere figli non si aspetta l’Amore del proprio uomo: si sente colpevole, vorrebbe quasi che lui la abbandonasse, che se ne andasse, quasi a ripudiarla, così come accadeva nelle antiche famiglie nobili.
E invece no: mio marito continuava ad amarmi, testardamente, continuava a ripermi quella frase detta dal Sacerdote il giorno delle Nozze “Nel Bene e nel Male….”.
Io però non stavo male, almeno non fisicamente, non avevo malattie incurabili, ero “Difettosa” venuta male, sebbene tutti abbiano difetti, debolezze, sentivo che il mio era davvero troppo grave da sopportare!
Avrei voluto che lui mi dicesse i suoi pensieri.
Scrutavo ogni volta i suoi occhi: la sua capacità di celare ogni emozione mi sconcertava, riuscivo solo a percepire una sua preoccupazione da un leggero movimento del sopracciglio, difficile da notare se non gli stavi proprio di fronte!
Una donna che abortisce vive una vita da funambolo: sempre in bilico tra il bene e il male, con la paura costante di commettere errori.
Per ogni passo sonda il terreno, scruta, ragiona, non c’è spazio per l’istinto, esso è fallace, si permette di sbagliare.
Una donna che abortisce non può permettersi errori: è già un errore il suo stato di essere umano, per di più femminile.
Essa sa che ha un debito insaldabile, non può ingrassare, non può imbruttirsi, non può essere seconda a nessuno in altri ambiti: il suo essere all’ultimo posto nella scala del più alto potere femminile la rende vulnerabile, la rende quasi zero!
Sì, avrei voluto distruggere quel legame con lui, avrei voluto che decidesse per il suo bene di guardarsi intorno, alla ricerca di una nuova lei che potesse dargli quel sogno che con me non avrebbe mai raggiunto!
Invece lui, innamorato e fedele, voleva solo me: incurante dei miei larghi spazi di silenzio continuava a dimostrarmi amore e stima.
Accettava quel destino da eroe: più volte gli domandavo “ hai mai pensato che se avessi avuto un’altra donna accanto, ora saresti padre più volte?” Lui imperterrito rispondeva “no!”
Gli credevo, disperatamente volevo credergli!
Una sera, durante una cena tra amici, uno di loro aveva annunciato la terza gravidanza della moglie:
ci disse che era uno sbaglio, una distrazione ma andava bene così, era una bella cosa!
Guardai mio marito, il suo sopracciglio sollevato: noi non potevamo permetterci sbagli, non c’erano concessi.
Uno errore come quello ci sarebbe costato caro!
Una coppia con questi problemi non può nemmeno fare l’Amore con naturalezza: programma anche quello, il giorno, l’ora, il tempo giusto.
Non esistono poesie, niente è più magico: fare l’Amore diventa quasi un diversivo, una distrazione o, peggio, un dovere.
La domenica era giornata di riposo assoluto.
Ci si alzava non prima delle 10 e si andava al bar per far colazione: niente tazze da pulire, niente briciole sul pavimento, niente tovagliette da riporre.
A pranzo dai genitori, cinema o passeggiata, cena frugale e filmetto davanti alla tv spaparanzati a letto.
La domenica era sacra, niente lavoro, niente fatica, solo relax.
Avevamo acceso il camino: lo scoppiettio del fuoco teneva compagnia, dava all’ambiente un’atmosfera calda e accogliente.
L’odore della legna che bruciava mi riportava indietro nel tempo, a quando, bambina, venivo affidata a mia nonna e passavo le giornate a giocare davanti a quel grande camino dove il fuoco pareva avere dimora da sempre.
Le castagne in autunno, la pizza sotto la cenere, i frittelli a Natale, quel fuoco raccontava la mia infanzia con una voce fatta di fiammelle, fruscii e colori.
I gesti meccanici del cucinare lasciavano correre i pensieri che trovavano spazio nella mia mente come un fiume che trova la sua foce nell’immensità del mare.
“Nonna mi racconti di quando per far nascere la mamma il nonno ti trasportò all’ospedale sulla canna della bicicletta?”
La nonna rideva ogni volta le chiedevo quel racconto.
Mi piaceva pensare che anche mia madre era stata bambina, che anche lei era vissuta per un piccolo lasso di tempo nella pancia di qualcuno… Le mamme sembrano essere nate tali: per loro non c’è stata una storia precedente. Per i figli arrivano in terra già così, non hanno avuto un’infanzia, niente ciucci, niente giochi, non hanno pianto per capriccio, non sono neanche andate a scuola.
Arrivano così che sanno leggere e sanno scrivere, sanno fare i dolci e le crostate senza che nessuno gliele abbia mai insegnate.
Le mamme per i figli sembrano essere piovute dal cielo e quelle donne che chiamano nonne hanno anch’esse una storia speciale…”Nonna fa male fare i figli?”
La nonna sorrideva sempre, stringeva le labbra e mi guardava: faceva così ogni volta, come se cercasse le parole adatte ad esprimere un pensiero, le parole più semplici.
“Eh figlia mia, fa male sì, fa male ma è una cosa bella! Ne ho fatti quattro io di figli eppure eccomi, vedi? Mi son venuti su come i fiori, manco me ne sono accorta… Falli i figli figlia mia quando sarà il momento, falli, perché sono un tesoro…altro che i soldi…Mo’ i figli non li vuol fare più nessuno!”
Io li volevo fare eccome!!!
Ma come accade spesso in una realtà beffarda “qualcosa” non andava, tutto sembrava correre a rovescio quando si trattava di me.
Ma quella domenica ancora il destino non si era manifestato del tutto.
Esso si celava dietro le nuvole rosa dei racconti di maternità perfette, di mamme in attesa senza impasse alcune, di gravidanze naturalmente cercate, arrivate e concluse col pianto di un neonato.
Eravamo sposati da sei mesi.
Nei piani c’era un’attesa di due anni fatta di uscite tra amici, viaggi in mondi inconsueti e serate concluse ad ore piccole con la consapevolezza di notti tranquille.
Ma i sogni a volte premono forte dentro e si fanno spazio nel cuore come i fili d’erba nell’asfalto.
Così quei due anni che avevamo così decisamente preventivato si erano dimezzati ad uno solo e a quell’uno mancava lo spazio di altri sei mesi.
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Quando il cielo è plumbeo il dolore sembra più lancinante: guardi in alto e pensi che anche le nuvole per quel giorno abbiano percepito la tua tristezza e siano lì, con te, a commemorare le tue sventure.
Aspetti la pioggia come fossero lacrime, quelle che non ti escono dagli occhi ma che dal cuore sgorgano come un torrente in pendenza sul versante di una montagna.
Vorresti fare tante cose, cucinare, pulire, lavorare a maglia, tutto pur di non pensare ma il tuo corpo rimane lì, puntato verso la finestra a guardare il cielo plumbeo che ti fa compagnia, ad aspettare che finalmente qualche goccia di pioggia scenda da lassù, almeno essa, per te che non hai più lacrime, che ne hai prosciugato ormai la scorta da tempo immemorabile.
E quando nella trasparenza dell’aria noti le leggere striature del primo piovigginare, pare ti senta meglio, più leggera e quasi ringrazi il cielo per averti mandato quell’acqua come fosse quel tuo sfogo che esso ha mandato giù per te.
Il sole era caldo a quell’ora.
Me ne stavo seduta su quella panchina a guardare la porta del laboratorio: leggevo e rileggevo l’insegna, quasi a voler essere sicura di trovarmi nel posto giusto all’ora giusta.
“Alle 12,30 le sua analisi saranno pronte!”
Erano le 12,40 e il coraggio di entrare tardava ad arrivare.
Incollata su quella panchina cercavo di percorrere con la mente una serie di ipotetiche possibilità: -test negativo…vabbè, ci riproviamo, del resto, ho solo 28 anni ed è il primo tentativo.
Nessuna riesce subito…o quasi…mah, veramente qualcuna ce la fa pure…ma sono casi rari dai, non è la fine del mondo…ci si riprova!
-test positivo…WOW!
Come lo dico a lui?
Dunque: compro un ciuccio e glielo regalo…no, troppo scontato… nascondo il referto sotto il piatto…no, mi sa di letterina di Natale, obsoleto…trovato, compro un paio di scarpine da neonato e gliele appoggio da qualche parte…sì, farò così!
Quell’ultima idea mi convinse ad andare: se fosse stato positivo rischiavo di far chiudere i negozi e addio sorpresa!
Varcai la soglia del laboratorio, non c’era nessuno, l’impiegata mi guardò oltre il vetro e afferrò una busta, la presi, scrutai i suoi occhi, imperturbabile, uscii, scesi le scale, la busta bruciava sotto le mie mani…l’aprii…betaHCG 36000…Oddio e che vuol dire?
Continuai a guardare quella cifra: ero incinta o no?
Mi rigrai, tornai al laboratorio, l’impiegata sorpresa mi guardò…
“Cosa c’è signora…non sono le sue?”
“E’ che…scusi non ho capito…il test è positivo o negativo?”
Sorrise “E’ positivo…auguri!”
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Una donna che abortisce pensa di avere un debito con la vita, sempre un passo indietro dalla felicità più totale.
E’ scomoda per il mondo, inutile per sé stessa.
Vive con gli occhi verso il basso, incapace di alzarli al cielo, con la netta sensazione di giustificare bene o male il suo stato.
La gente preferisce una donna che non vuole figli, colei che sceglie consapevolmente di non essere madre per poter relegare quella scelta nei meandri di un ingiustificato egoismo e liquidare la cosa lì per lì.
La donna che abortisce ti obbliga ad una compassione imbarazzante, chi le è davanti vorrebbe non aver sentito.
L’aborto involontario non va pronunciato ma va celato in un muro di omertà.
Non ci sono spesso parole, né sguardi, ne abbracci che tengano, la donna che abortisce fa paura a tutti.
Si preferisce vederla sorridere, tirarsi su, sentirla dire che tutto va bene, perché il suo dolore crea problemi a molti.
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Un puntino minuscolo si muoveva in mezzo alla nebbia.
“Eccolo” esclamo’ il ginecologo, mentre i miei occhi offuscavano la vista…
Premette un pulsante: un suono, simile ad cavallo al galoppo, invase la stanza “senti come batte?”
Mi beavo di quella melodia.
Ridevo, piangevo, tremavo!
Cercai di catturare quel suono nelle orecchie, nella testa, nel cuore per portarlo con me anche dopo: mi avrebbe consolato nei momenti di tristezza, mi avrebbe incoraggiato come per dirmi “va tutto bene, ci sono!”
Il periodo dell’attesa è un momento privilegiato!
Sogni, gioia, progetti si formano nella tua mente spontaneamente…
Nel cuore il bimbo ha già un nome, un volto, a volte anche un carattere, lo senti parlare, ridere, a volte ti sembra di vederlo.
Dal test positivo lo tieni già in braccio, è tuo, è la tua essenza: pensi che se esiste l’onnipotenza è racchiusa dentro di te!
E INVECE….
“Non c’è battito signora…mi dispiace”
Poche parole, semplici, chiare, pesanti come un macigno!
In poco tempo ero passata dalla vita alla morte, dalla gioia al dolore, dalla speranza al terribile risveglio!
Guardavo quell’immagine nel monitor, cercando da sola il puntino in movimento…
In un solo attimo la vita fa a pugni con la morte e quest’ultima ha la meglio.
Il dolore di quella perdita è solo tuo: gli altri minimizzano, a volte evitano o si nascondono dietro a un laconico “ci riproverai!”
Ma quella vita persa era unica ed irripetibile e pur provandoci mille volte sai che non tornerà.
Quell’esserino indifeso che portavi in te resterà nei meandri dei tuoi sogni: rimane un’entità sconosciuta, mai saprai il colore dei suoi occhi.
Vorresti gridare il tuo dolore a tutti, vorresti parlare ma chi ti incontra di tutto parla tranne che di quello.
Si evita il discorso, si esula dall’affrontare l’argomento; anche chi ti è accanto si eclissa…e tu sei sola sentendoti alla fine non autorizzata a soffrire.
Entri in uno stato di consapevolezza che è desolante: non hai aiuti, non hai conforto, quel dolore è soltanto tuo!
Ti nascondi dietro a falsi sorrisi, inventi bugie a cui tutti VOGLIONO credere: il tuo unico rifugio è la tua testa dove riesci a immaginare violenti sfoghi, dove puoi piangere non vista, dove ad un certo punto torna il sereno, dove un amico ti abbraccia e sa darti quel coraggio che disperatamente cerchi.
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I giorni a seguire furono un turbinio di momenti terrei.
Cercavo una serenità che sapevo aver perso per sempre.
Avrei voluto addormentarmi per giorni aspettando assopita che il dolore si affievolisse, risvegliandomi poi più tranquilla ma se nei sogni tutto è possibile, nella realtà il peggio sembra non aver mai fine.
Trascorrevo le giornate da una finestra all’altra, guardando il giardino, osservando le sfumature del verde del prato: mi soffermavo su ogni particolare, anche trascurabile e ci passavo il tempo.
La rosa appassita, la pianta dei petti d’angelo senza più fiori, l’abete che sembrava sfiorare le nuvole, quasi a grattarle, tutto assumeva un carattere interessante purchè mi tenesse lontana dal dolore.
Ma il dolore c’era, era dentro, nascosto tra le immagini delle rose rinsecchite, lì soffocato; chiedeva di uscire, violento, per dare libero sfogo alla sua irruenza, ma io, col corpo e la mente rifiutavo quel dolore, con decisione, con coraggio ed ogni lacrima che chiedeva di uscire, veniva bloccata sul nascere facendo bruciare gli occhi.
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“Eccolo!”
La voce allegra del ginecologo dette al mio stato ansiogeno un tumultuoso stop.
Tutto apparve diverso in quel momento: la paura, il batticuore, il senso di perdita se ne andarono così come foglio al vento…
Tutto assunse un carattere diverso: all’improvviso una giornata nera si trasformò in un’altra dalle tonalità pastello, quella vita che credevo perduta tornò ad impossessarsi dei miei sogni, dei miei pensieri.
Potevo ricominciare ad immaginare un volto, un corpo, una voce e, accanto ad essi, un’identità sessuale che portava con sé nomi più disparati.
Potevo immaginare giornate diverse da quelle che avevo vissuto, vedermi madre che gioca, madre che aiuta, madre che cucina, madre che accompagna e che consola ferite che sembrano indelebili, potevo ascoltare con l’immaginazione una voce che mi chiamava, visualizzare momenti di semplice vita quotidiana non più solo come donna ma come mamma.
Guardavo trepidante quel monitor e quell’esserino minuscolo dalla sagoma indefinita che sapevo essere vita della mia vita, e mi soffermavo in trance su quel punto al centro, dove, come un cavallo al galoppo, batteva quel cuore…il suo!
Mio marito accanto a me mi guardava estasiato: nessuna immagine mai ci aveva regalato così tante emozioni.
Avevamo viaggiato, visto panorami indimenticabili ma niente ci aveva mai regalato un’estasi così totale….
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Riuscivo a sognare ad occhi aperti e in quei momenti la mia anima ripercorreva gli attimi di quel maledetto giorno: una serie di istantanee scorrevano davanti ai miei occhi ma, nell’istante dell’annuncio terreo, si trasformavano e assumevano un carattere totalmente positivo.
Mi intestardivo a immaginare un epilogo diverso, felice, positivo e cercavo di rifugiarmi lì, come fosse un riparo dal dolore!
In quei momenti riuscivo persino a percepire una felicità immaginaria, ridevo e scherzavo, il dolore rimaneva lontano….
CONTINUA......
CONTINUA......
giovedì 8 novembre 2012
Perchè questo blog...
Ciao a tutte!
Sono qui che scrivo con mille idee nella testa: vorrei trasmettere tante cose ma non è facile, anzi, per me risulta molto complicato...
Riaprire vecchie ferite, soffrire mentre le parole di questi post mi si appiccicano dentro come macigni...non è facile!
Ma l'idea di dare visibilità ad un tabù mi fa andare avanti....
Io ho abortito!
Non è stata una mia volontà ma è andato tutto secondo natura, SECONDO LA MIA NATURA sbagliata, contorta, assurda, una natura che ha fatto sì che io provassi per più volte l'orrore della perdita di un bimbo che si porta in grembo....
Sei sola, dall'ospedale in poi, sola, ad aspettare che qualcuno ascolti i tuoi gridi silenziosi, sola, a far finta che tutto vada bene per dar sollievo e tranquillità a chi ti è accanto....
Una donna che abortisce è una madre tra cielo e terra: protesa verso un aldilà sconosciuto con la speranza che quel bimbo mai abbracciato possa avere il cielo come sua dimora ma coi piedi piantati in terra a darle la consepevolezza di una realtà terrifcante...
In questi anni ho raccolto varie emozioni, esperienze, sfoghi in un diario: non ci sono mezzi alternativi per tirar fuori la rabbia e il dolore provati!
Dopo mesi di sfoghi davanti al pc ho deciso di rendere pubbliche queste mie emozioni attraverso il racconto di cosa ho provato IO dopo aver perso i bambini che aspettavo...
Sono qui che scrivo con mille idee nella testa: vorrei trasmettere tante cose ma non è facile, anzi, per me risulta molto complicato...
Riaprire vecchie ferite, soffrire mentre le parole di questi post mi si appiccicano dentro come macigni...non è facile!
Ma l'idea di dare visibilità ad un tabù mi fa andare avanti....
Io ho abortito!
Non è stata una mia volontà ma è andato tutto secondo natura, SECONDO LA MIA NATURA sbagliata, contorta, assurda, una natura che ha fatto sì che io provassi per più volte l'orrore della perdita di un bimbo che si porta in grembo....
Sei sola, dall'ospedale in poi, sola, ad aspettare che qualcuno ascolti i tuoi gridi silenziosi, sola, a far finta che tutto vada bene per dar sollievo e tranquillità a chi ti è accanto....
Una donna che abortisce è una madre tra cielo e terra: protesa verso un aldilà sconosciuto con la speranza che quel bimbo mai abbracciato possa avere il cielo come sua dimora ma coi piedi piantati in terra a darle la consepevolezza di una realtà terrifcante...
In questi anni ho raccolto varie emozioni, esperienze, sfoghi in un diario: non ci sono mezzi alternativi per tirar fuori la rabbia e il dolore provati!
Dopo mesi di sfoghi davanti al pc ho deciso di rendere pubbliche queste mie emozioni attraverso il racconto di cosa ho provato IO dopo aver perso i bambini che aspettavo...
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